Una favola moderna lungo la via franchigena in terra d'Otranto

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Domenica di maggio, al calar del sole in una odorosa giornata di primavera, quando la natura riversa tutti i suoi odori, soprattutto a chi in bicicletta è capace di assaporarli. Con un gruppo di amici al rientro da una passeggiata ci troviamo su un sentiero assai stretto, una stradina che da Torchiarolo incrocia la Squinzano-Casalabate e che porta direttamente verso l’abbazia di Cerrate, antico polo religioso che Tancredi d’Altavilla ebbe la felice idea di far erigere nel XII secolo.

 “ Attenzione ai rami, arrivano direttamente in faccia e non avvisano!” urla Santiago, uno del gruppo.

“E sì attenzione alla strada, qui la natura è  padrona: sembra che sia da secoli che  non passa nessuno”! replico io.

“Proprio vero, prima di noi solo i pellegrini in cammino verso l’imbarco di Otranto, per raggiungere la Terra Santa passavano da qui percorrendo la via Francigena e ora tocca a noi miseri ciclo pellegrini” dice, ridendo, Federica.

Un ramo di leccio mi disarciona dalla bicicletta mentre, alla ricerca di uno sguardo d’intesa con gli amici, mi volto all’indietro. Non ricordo il tonfo a terra, ma solo che si stava facendo buio e non riuscivo più a vedere i miei compagni. Allora cerco di pedalare più velocemente per raggiungere l’abbazia e trovare anch’io un ristoro, se non altro un po’ di luce per vedere cosa mi provoca quella fitta alla gamba e cosa è successo alla mia bicicletta, che adesso sembra così pesante.

All’improvviso sento rumori di carri e un fitto vociare proveniente dal bosco. Con enorme stupore mi ritrovo in un corteo di pellegrini. Strano, anche loro si dirigono verso l’abbazia prima che faccia notte. A cavallo della mia bicicletta mi accodo lentamente a loro che invece camminano a piedi per la maggior parte mentre donne e bambini sono su carri trainati da buoi e qualche mulo trasporta pesanti fardelli. Arrivati all’abbazia, l’enorme portone in ferro illuminato da fiaccole si apre e ci fanno entrare tutti  all’interno del grande giardino circondato da alti muri di pietra.

Tutt’ intorno un brulichio di pellegrini intenti chi a scaldarsi davanti a un piccolo falò, chi a cucinare un po’ di brodo, chi invece si è messo in fila per poter prendere del pane, pomodori e olio distribuiti dai monaci, altri ancora cercano acqua per bagnare le friseddhre infilate in uno spago e portate intorno al collo a mo’ di collana. Ero intontito e non sapevo dove dirigere prima il mio sguardo e a chi chiedere per capire cosa ci facevano tutti lì, com’è che erano vestiti a quel modo.  Un uomo intanto aveva acceso un lume con stoppino a olio e si dirigeva verso la chiesa con aria mite e mesta, come fanno i fedeli che si mettono in fila per la comunione.

“Buon uomo – mi rivolgo con cortesia  cosa sta succedendo? E dove state andando”?

Ora è tempo di preghiera  risponde -. Ringraziamo la Madonna che ci ha fatto arrivare sani e salvi fin qua e chiediamo protezione fino a quando non raggiungeremo la nostra meta finale, Otranto. Veniamo tutti da molto lontano, chi dall’Inghilterra chi dalla Francia chi dalla Germania e siamo diretti in Terra Santa”.

Mentre pensavo all’olio che non avevo mai visto utilizzato in quel modo, lo sguardo si sofferma sull’abbigliamento degli uomini che mi circondano. I loro abiti sono semplici, ma tessuti per resistere alle intemperie e al freddo. Pesanti pantaloni di pelle scamosciata che arrivano alla caviglia con una grande apertura a bottoni davanti, calzettoni di lana calda e scarponi alti. Sulle spalle un grande mantello pesante (la pellegrina ) per ripararsi da pioggia e freddo e sulla testa un enorme cappello dalle falde larghe. In mano un lungo bastone per aiutarsi nel cammino e per scacciare gli animali molesti, alla cui sommità è appesa una piccola zucca secca per l’acqua. In spalla una piccola bisaccia di pelle.

Mi raggomitolo, con i miei dubbi ed il mio stupore in un cantuccio, all’ingresso della chiesa sotto il grande portico. La gamba mi fa male, ma non impedisce al mio sguardo di posarsi su un piccolo vecchietto, che scruta attento la mia ferita. Senza proferir parola mi tocca la gamba e poi si dirige verso quello che oramai è una specie di accampamento. Dopo pochi minuti torna con un intruglio verde che sembrava fatto di erbe medicamentose, non saprei descriverne l’odore ma alla mia domanda di cosa sia, mi dice: “È ptarmikos, deriva dall’Arnica con olio di alloro e Eucalyptus” e lo spalma sulla gamba. Mi sento già meglio, un lieve bruciore persiste ma il dolore della gamba è quasi sparito, così anch’io stanco e affamato dopo la cena mi assopisco sotto il portale adiacente alla chiesa dove i pellegrini passano la notte.

Ci risvegliamo al cantar del gallo e subito dopo le campane ci avvertono che sta iniziando la preghiera del mattino, dopo la quale ci metteremo in cammino. Usciti dal portone dopo pochi chilometri siamo già immersi nella fitta boscaglia della foresta di Lecce [oggi parco di Rauccio, ndr] che si estende fino alle paludi, in prossimità del mare, una ricca macchia mediterranea di lecci, carrubi, rusciuli, lentisco. Il sole filtra attraverso i fitti rami facendo splendere le enormi ghiande di quercia che si perdono a vista d’occhio accompagnati dai versi di stormi di uccelli migratori che lasciano gli acquitrini salentini per dirigersi verso l’Africa.  Improvvisamente uno squillo di tromba ci avverte di un imminente pericolo:  di fronte a noi tre enormi giganti a tre braccia alti più di 60 metri.

Spaventato ma con il coraggio di un Don Chisciotte a cavallo del suo ronzino, monto in testa al convoglio di pellegrini, pedalando forte con la mia bici. Arrivato in vista dei terribili giganti, mi accorgo che altro non sono che enormi pale eoliche erette per fornire energia rinnovabile al piccolo Comune di Surburban l’attuale Surbo, ndr]. Procedendo  sotto le enormi torri seguiamo il sentiero che ora si snoda tra ulivi maestosi ultracentenari, “ulivi danzanti” per le plastiche evoluzioni e contorsioni dei tronchi. Chissà quanto olio per alimento e quanto altro per lampade hanno fornito in tutti questi secoli passati i nostri enormi alberi. E quanta ombra e protezione hanno generosamente offerto ai viaggiatori!  Con questi pensieri ci ritroviamo nei pressi di una delle numerose masserie fortificate presenti lungo il percorso che un tempo servirono da baluardo per gli attacchi dei saraceni, a nord di Lecce. Ci fermiamo per un frugale spuntino offerto dai massari con formaggio e olive accompagnato da un buon bicchiere di vino rosso che ci corrobora per il breve tragitto che ancora dobbiamo compiere.

Dopo la breve sosta, riprendiamo il cammino ma all’improvviso si sentono schiamazzi e risate provenire  da vicino e davanti a noi si apre lo spiazzo della Chiesa di Santa Maria d’Aurio anch’essa del XII secolo e donata dallo stesso Tancredi d’Altavilla alla Chiesa di San Niccolo e Cataldo . Nello spiazzo un enorme albero della cuccagna attira l’attenzione di tutta la gente, i bambini giocano rincorrendo un cerchio di ferro o gareggiando con tiro alla fune o  nella corsa con i sacchi. Le donne, radunate in capannelli, chiacchierano mentre ricamano qualche tovaglia per i giorni di festa, gli uomini invece sono intenti a incitare i coraggiosi che cercano di raggiungere la sommità della cuccagna per prendere formaggi e salumi in premio.

Proprio in quell’istante, alle mie spalle, sento un grido: “Forza dai, pedala più forte o arriveremo con il buio a Lecce”. Mi volto e con enorme stupore rivedo i miei compagni di bicicletta scomparsi il giorno prima Guardo l’enorme distesa di macchia mediterranea e ripenso così ai ai miei pellegrini, pedalando con un sorriso sulle labbra.

Di BLOBICIBRAIN

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