Un centro di cultura nel cuore del Salento medioevale

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La città di Otranto è nota a tutti per la bellezza del borgo, per la splendida cattedrale che conserva il mosaico bizantino più grande dell’Italia meridionale e per gli ottocento abitanti martirizzati dai Turchi nel 1480. Ma a molti sfugge che cosa sia o meglio che cosa sia stata l’abbazia di San Nicola di Casole.
Non lontano da Otranto, a circa 1,5 km dal centro abitato in direzione della Palascìa, si trova una masseria di proprietà privata, sorta sui resti di uno dei luoghi di cultura più importanti dell’Europa medioevale: l’abbazia di San Nicola di Casole, dove hanno vissuto sino al Seicento monaci greci obbedienti alla regola di San Basilio. Il sito di Casole ha avuto una frequentazione molto antica: i numerosi frammenti di ceramica sparsi intorno al complesso portano a pensare che sia stato abitato almeno dal IV-V secolo d.C.. Qui esisteva probabilmente qualche dimora rurale d’epoca tardo antica, come del resto indicherebbe il nome Casole: agglomerato di piccole casae, ovvero costruzioni semplici, simili alle “pagghiare”, di cui è ricca la campagna salentina. In queste dimore verso la fine dell’VIII secolo d.C., ma forse anche prima, si insediò un gruppo di monaci greci provenienti da Costantinopoli o da qualche altro centro dell’Impero bizantino, turbato da furibonde lotte religiose.
Ma una svolta alla storia di Casole fu data dalla conquista normanna di Otranto nel 1064. I Normanni, gli uomini venuti dalla penisola scandinàva, braccio armato della Chiesa di Roma, una volta che sottrassero all’Impero d’Oriente Puglia e Calabria, in accordo col Papa si mostrarono astutamente molto benevoli e generosi nei confronti delle comunità religiose greche dell’Italia meridionale per evitare sommosse popolari. Forse per iniziativa personale del principe normanno Boemondo I il monastero venne rifondato tra il 1098 e il 1099 e il segno materiale di questa rinascita fu l’erezione di una chiesa in stile tardo romanico affrescata.
Sotto i Normanni il monastero di sicuro assunse un ruolo dominante in Terra d’Otranto, che comportò notevoli vantaggi. Iniziò una fioritura economica, durata grosso modo fino all’arrivo dei Turchi nel 1480, che permise la nascita di uno scriptorium, luogo dove si ricopiavano libri, di una biblioteca nonché la fondazione di una scuola di greco.
Tra il XIII e il XV secolo l’abbazia divenne un centro importante di circolazione libraria: a Casole giungevano manoscritti da Bisanzio e da altri centri dell’Italia meridionale per essere ricopiati; a Casole molti monaci, che padroneggiavano tanto il greco quanto il latino, trascrivevano testi sacri e opere della letteratura classica. In questa maniera si formò col passare degli anni una ricca biblioteca, che era aperta alla consultazione e al prestito esterno. Parte di questa biblioteca venne salvata grazie all’intervento del potente cardinale Bessarione. Il prelato, già monaco basiliano e amante dei libri, temendo un’imminente espansione turca in Italia meridionale, nel 1468 si recò a Casole, da dove prelevò un considerevole numero di manoscritti, la maggior parte dei quali poi confluì nella Biblioteca Marciana di Venezia.

Alla vivacità intellettuale dell’abbazia contribuì anche la presenza, già dal momento della rifondazione normanna (XII-XIII secolo), di una scuola per l’insegnamento del greco, un unicum nell’Europa occidentale prima dell’Umanesimo. La scuola-convitto di Casole era aperta a tutti: l’insegnante e l’alloggio erano gratuiti; l’allievo, invece, doveva contribuire al vitto. Un’istituzione del genere nasceva non tanto per fini meramente culturali, ma soprattutto per mantenere vivo il rito greco in una terra dove il volgare, derivato dal latino, dominava come lingua d’uso e la maggior parte dei fedeli, analfabeti, ripeteva a memoria le parole greche degli uffici religiosi senza comprenderne con esattezza il significato.
Nonostante l’interesse primario dei monaci fosse la lettura delle Sacre Scritture e le opere dei Padri della Chiesa, a Casole circolavano gli scritti di Aristotele, l’Odissea di Omero, diverse tragedie greche e altre opere poetiche. Inoltre tra il XII e XIII secolo si affermò una raffinata scuola poetica greca, di cui facevano parte Nettario, teologo basiliano, che fu abate di Casole tra il 1220 e 1235, e altri dotti personaggi gravitanti intorno all’abbazia.
Il declino iniziò quando i Turchi arrivarono a Otranto nel 1480. Dopo la conquista della città le truppe di Akmet Pascià, il feroce rais albanese al servizio di Maometto II, saccheggiarono l’abbazia, uccisero quasi tutti i monaci e bruciarono i manoscritti della biblioteca. In verità nell’abbazia i monaci basiliani ritornarono all’indomani della liberazione aragonese di Otranto nel 1481, ma il ruolo religioso di Casole come baluardo del rito greco era terminato. Il rito latino ormai si era facilmente imposto: la Chiesa di Roma approfittò della caduta dell’Impero bizantino in mano ai Turchi nel 1453 per assorbire definitivamente nell’ordinamento liturgico romano le molte comunità religiose greche dell’Italia meridionale, che peraltro stentavano a comprendere una liturgia celebrata in greco.
A metà del Seicento le chiesa, le celle dei monaci e i vari locali dell’abbazia risultavano abbandonati e ridotti a ricovero per animali o a deposito di attrezzi agricoli. La distruzione del complesso monastico, ma soprattutto della chiesa normanna e degli affreschi, di cui alcuni frammenti erano ancora visibili fino a qualche decennio fa, non fu – come erroneamente si ritiene – opera delle truppe di Akmet Pascià, ma del terribile terremoto scatenatosi nel canale d’Otranto il 20 febbraio 1743, che provocò ingenti danni in tutto il Salento.

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