Nichi Vendola, un racconto che va oltre la poesia

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Testo e foto di ROCCO LONGO

“Quanto resta della notte” non è soltanto una pièce teatrale che ti avvolge per un tempo che vorresti non finisse mai, non è un uomo su un palco che racconta e si racconta senza soluzione di continuità, “Quanto resta della notte” è un fulmine che squarcia il velo nero di un’esistenza troppo spesso orientata soltanto su sé stessa e presa dall’autoreferenzialità, è un dardo che s’infilza nella carne tremula di chi guadagna gli spalti per farsi veicolo di emozioni.

Ieri sera a Lecce, in un affollatissimo teatro dei Cantieri Koreja in cui non avrebbe più trovato posto nemmeno uno spillo, Nichi Vendola ha presentato il suo lavoro: una fluente e potentissima narrazione poetica, accompagnata da immagini e suoni a fissare ogni accento nell’iconografia di un racconto avvincente e carico di pathos, uno straordinario susseguirsi di pensieri e parole uniti in una mistica e soave danza e capaci di emozionare persino il tavolaccio calpestato dalla minuta figura di Nichi che – in poco più di un’ora e mezza – ha regalato al pubblico momenti di rara bellezza e pregni di una straripante emotività.

L’uomo, il padre, il cittadino, l’intellettuale, l’avido di vita e conoscenza, il politico: tutto ciò e tanto altro in una indissolubile fusione di ruoli difficili da distinguere.

Una piena inarrestabile e mossa da una potente e prepotente carica narrativa, un incessante rincorrersi di meravigliose assonanze e allitterazioni, di ricorrenti rime, di frasi subordinate ed incastonate in più complessi periodi aperti a nuovi orizzonti; davvero un privilegio indicibile aver avuto la fortuna di assistere allo spettacolo.

Vendola ha proposto tematiche e questioni che gli sono care da sempre e che sin dagli esordi della carriera pubblica hanno rappresentato la cifra del suo essere persona in grado di dare voce agli accenti muti e ai pensieri ostici, a quei pensieri sovente ostili al perbenismo, al politically correct, alla voracità delle ipocrisie sociali ma che, al contempo, restano ineludibile essenza di un’umanità che vuole imparare a perdere senza doversi perdere (per riprendere una sua espressione).

Dalla guerra alla pandemia, dall’inaridimento della relazioni umane alla fatica del quotidiano vivere, dall’ambiente ad una politica che sembra non saper ritrovare il bandolo della propria missione, dalla violenza delle parole a quella – inaudita ed ancora più insopportabile – dei silenzi e delle cose non dette, dalla rinuncia all’umanità di chi commette un femminicidio all’orgoglio omosessuale che non deve essere derubricato a bieca ostentazione per farsi – invece – inno all’unicità ed alla singolarità, dalla gioia della paternità e delle irretrattabili responsabilità ad essa connesse alla bellezza di uno sguardo ed allo struggimento di un canto; Nichi Vendola ha prestato la sua voce, i suoi occhi ed il suo corpo ad un racconto sospeso in uno spazio emotivo che ogni spettatore ha poi riempito restituendoglielo ebbro di emozioni nuove.

Nel tempo così complicato che l’intero mondo sta vivendo, nell’accumularsi di ansie verso un’alba i cui contorni fatichiamo a intravedere, nel singhiozzante respiro dell’uomo contemporaneo spesso intimorito dai suoi propri palpiti “Quanto resta della notte” è uno sprazzo di luce che si apre nel buio delle tenebre, un invito a non abbandonare la speranza, un inno alla vita e alla bellezza del suo incedere tra errori e vittorie, gioie e sofferenze, sconfitte e scommesse.

E Nichi Vendola la conferma di un uomo raro.