Il Salento non è solo moda. Lo dice la Storia

0
330

Cosa c’è dietro la “Salentomania” che porta ogni anno migliaia di turisti, italiani e stranieri, a trascorrere le vacanze in provincia di Lecce, tra arte, mare, cibo e relax? Non c’è dubbio che una sempre più convincente operazione di marketing abbia grandi meriti nell’aumento oggettivo dei flussi di visitatori, ma anche il passaparola fa la sua parte. Una semplice foto postata sui social network, un racconto entusiasta durante una cena con amici, una semplice cartolina: non c’è nulla, in fondo, di più persuasivo di qualcosa detto o scritto da persone cui vogliamo bene oppure da chi apprezziamo per la sua autorevolezza.
Ma quella del Salento è solo una moda dettata dal gusto dei tempi? A rileggere alcuni giudizi disseminati lungo il corso dei secoli, ci si accorge che la penisola tra i due mari ha sorpreso, affascinato e conquistato anche chi vi era giunto per i motivi più disparati e, magari, con convinzioni di segno contrario.
 
Età antica
Così Strabone* (60 a.C. – 23 d.C.), che si può ritenere uno studente Erasmus ante litteram, ha definito il Salento: “[…] territorio della Japigia è, contro ogni aspettativa, molto confortevole. Infatti, sebbene appaia aspro in superficie, dove è possibile arare, si scopre che il terreno è alquanto profondo e fertile e povero di acqua, non di meno è abbondante di ridenti pascoli e appare ricco di foreste […]”.

(da Geografia – L’Italia, Cap. VI-3. BUR  Rizzoli –  Trad. A.M. Biraschi).

*Geografo greco, nato ad Amasea (nell’odierna Cappadocia) nel 44 a.C. si trasferisce a Roma dove studia filosofia e geografia. È autore di due opere, Storia (in 47 libri), e Geografia (in 17 libri) quale complemento del primo.
 
 
Età moderna
Parecchi secoli dopo, si colloca sulla stessa lunghezza d’onda, Antonio de Ferrariis detto Galateo * (1444 – 1517):“[…]è tuttavia giudicata la regione più bella e di gran lunga la migliore, se si dà ascolto ai giudizi espressi da Spagnoli, Francesi e Italiani, e, in particolar modo, dai Campani che pure abitano una parte deliziosa dell’Italia, e financo da Greci e Turchi […]”. Ed ancora: “[…]l’aria è salubre, il suolo non è arido, ma neppure paludoso. Numerosissime sono le polle d’acqua sorgiva e moltissime le fontane[…]”.
Anche dei salentini il Galateo aveva una lusinghiera opinione: “[…] la gente è pacifica, dal tratto amabilissimo, piena di buon senso e per nulla ingannatrice o subdola; ma per la natura del luogo non bellicosa, sebbene, coraggiosissima quando si tratta di mantenere la fede promessa e di difendere l’onore […]”. E ancora: “[…]si dice che coloro che abitano le terre temperate abbiano ingegno più acuto, maggiore complessione e di conseguenza minor accanimento e ferocia […]”
(da La Japigia – Liber de Situ Japygiae – ed. Mario Congedo -Traduzione di D. De Filippis)
*Medico, Filosofo,matematico, letterato, ecc. salentino di Galatina,orfano di madre, venne affidato ai frati basiliani di Lecce per la sua istruzione di base. Ottenuto a Ferrara il diploma in medicina, per la sua bravura divenne medico personale di Ferdinando I d’Aragona e di Isabella d’Aragona. Famosissimo per la sua cultura enciclopedica e per la sua onestà intellettuale dal 1506 al 1511 scrisse il De situ Japigia
 
L’ottomano Ibn Kemal* (1468 – 1534) fu un uomo di lettere che alcune testimonianze collocano ad Otranto nel periodo della conquista turca della cittadina adriatica, come scrivano e cronista personale di Ahamed Pascià. Ebbe modo, a quanto pare dal risultato, di farsi un’idea abbastanza precisa della Puglia di allora e soprattutto del Salento, che riuscì a sublimare tra prosa e versi.
“La Puglia è un paese rivierasco, bagnato dal mare; è nota ed è conosciuta per la sua estensione e per maggior numero di soldati infedeli. Poiché il Mediterraneo costituisce la maggior parte delle sue frontiere, i nemici sono riusciti a darle uno sviluppo; e perciò questa regione è prospera ed i suoi prodotti sono abbondanti”.
“La sua campagna pare in primavera un giardino dell’Eden, dal mare la sua riva è un tesoro che scorre.”
“[…]Da quel luogo, in cui ogni angolo è pieno d’oro e d’argento, simile ad una sorgente mineraria colma di gioielli, trassero tanti schiavi e schiave, i quali, sia giovani che vecchi, avevano dei visi più puliti delle acque, e degli occhi fonte di bellezza,  e di cui era impossibile stimare il valore […]”.
“[…]Nel luogo soprannominato c’erano molte opere rare, paesi, città grandi ed ognuno aveva nei suoi dintorni una campagna prospera e una infinità di villaggi;”
 
La vista di Otranto, agli occhi del cronista-conquistatore, è addirittura magnifica: “[…] Dall’altra parte, tra le mura c’era una città che in confronto alle altre era come la luna piena tra le stelle; aveva una campagna verdissima che era piena di gente e, di fronte alle campagne di altre città, sembrava la notte della nascita di Maometto tra le altre notti […]”
“Il suo nome è Otranto, biasimare non si potrebbe chi l’abita; se vuoi trascorrere vita serena, vai ad abitare là”.
*È l’autore di un’opera enciclopedica in rima (da molti paragonata alla Divina Commedia) intitolata Tevàrih-i Al-i Osman(Storie della casa di Osman) nella quale al libro VII riporta la versione musulmana della conquista di Otranto.
 
Età contemporanea

Giuseppe Ceva Grimaldi (1777 –1862) fu  dal 1817 al 1848 Intendente di Terra d’Otranto. Funzionario scrupolosissimo, appena insediato volle visitare l’intera Provincia per conoscerne gli abitanti, gli usi e i costumi; al termine del suo viaggio pubblicò il suo diario, “Itinerario da Napoli a Lecce”.
“Questo rapido cenno farà conoscere quanta gloriosa parte abbia essa avuto nella storia patria, e di quale antica floridezza e potenza possa onorarsi […]”. Il riferimento è al capoluogo salentino, dove “vi sono molti giardini nel perimetro delle mura; le rose belle come quelle di Pesto fiorisconvi in quasi tutti i mesi dell’anno….le frutta sono eccellenti; le melagrane in particolare di particolare soavità; i poeti non ne immaginarono di più deliziose nei giardini di Proserpina.”
 Riguardo ai leccesi, intesi come abitanti dell’intero Salento, Grimaldi ne colse alcune caratteristiche che anche oggi non è difficile rintracciare: “[…]posti nella estrema parte d’Italia, sotto un clima beatissimo, poco si allontanano dalla Patria; e ne hanno quindi altissima idea, e molto favorevole di se medesimi […]. Sono amorevoli, generosi, e di piacevoli e graziose maniere; presti parlatori, e non di rado ornati: ricchi di immaginazione amano assai la danza, la musica, i giuochi, le corse di cavalli e le rappresentazioni sceniche, la vivacità del loro carattere li ha fatti appellare i francesi d’Italia.”
 
Gustav Meyer – Graz (1850 – 1900)
Professore di filologia e linguistica indoeuropea all’ Università di Graz compì studi fondamentali sulla grecità medievale. Nell’ ambito dei suoi studi, nell’ aprile del 1890, compie un viaggio in Puglia. Conobbe Cosimo De Giorgi in una libreria leccese e lo pregò di accompagnarlo per i paesi della Grecìa Salentina. Dai suoi appunti scaturì  un raffinato reportage di viaggio lungo quattro articoli, pubblicati sulle colonne della “Schlesische Zeitung” di Breslavia nel 1890.
 Le parole con cui descrive Lecce e i suoi dintorni sembrano pennellate su un affresco: “[…]Questo quadro, di un’armonia uniforme, era immerso in un oceano di sole e circondato da un’ atmosfera trasparente come un paesaggio greco. Era un idillio quieto e pacifico, che mi rivelava una felicità contenta e un senso di benessere e di agiatezza […]”.


Sul campanile del Duomo di Lecce, il docente universitario indugiò in considerazioni più approfondite: “Tale mi apparve di lassù tutta la pianura del Leccese. Sì; è questa purtroppo la vera Apulia felice; e con dolore ripensai che, qui più spesso e più ferocemente che altrove, gli eserciti di molti e successivi conquistatori e i corsari africani devastarono nel medio evo queste belle campagne oggi abitate da pacifici contadini, i quali dal lavoro della terra ricavano una mercede assai meschina[…]”
 “[…] Lecce è una delle più graziose e pulite città che io abbia visto in Italia. La ricca vita industriale e intellettuale che qui fiorì negli ultimi secoli, e che fece dare a questa città il nome di Atene delle Puglie, sembra aver lasciato le sue tracce non solamente nel portamento elegante e pulito dei suoi abitanti, ma anche nel loro senso estetico per una certa armonia che notai nelle loro abitazioni.”
(Appunti di viaggio apparsi nella Schlesische Zeitung di Breslavia il 5, 8 e 13 giugno del 1890, tradotti in italiano da Cosimo de Giorgi)

Alla fine di questo excursus ci sentiamo più che appagati dai giudizi espressi in più di duemila anni: il nostro orgoglio di essere figli di questa terra ha solide fondamenta.
 
Ph. Pierpaolo Schiavone

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui