A San Martino ogni mosto diventa vino: tutti pazzi per una festa secolare

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In nessuna altra zona d’Italia come nel Salento, il giorno di San Martino, che ricorre l’11 di novembre, è celebrato e vissuto con un’intensità carica di significati e simbolismi. Ha radici profonde legate al folclore rurale, la tradizionale ricorrenza novembrina: l’estate di San Martino – così è anche nota – segna l’ingresso nella stagione del riposo vegetativo e cede il passo agli ultimi calori estivi e ai raccolti finali del ciclo agrario. Rintracciare una data iniziale di questo giorno nella storia della Terra d’Otranto non è possibile, ma le origini sono indubbiamente legate all’attività agricola (unica vera fonte di sostentamento, nel passato, per generazioni di salentini) e in particolare al mondo del vino. E sì perché San Martino è il santo protettore del vino.
Come molte festività popolari, anche questa ha un collante con la Chiesa cattolica e con l’agiografia del santo, pur presentando contaminazioni pagane. Martino di Tours, uno tra i primi santi non martiri della Chiesa, era un milite romano convertito al cristianesimo ed eletto, poi, vescovo di Tours (Francia). Narra la leggenda che in un giorno di freddo pungente Martino tagliò a metà il suo mantello per offrirlo ad un povero viandante infreddolito incontrato per strada; di notte gli apparve in sogno Gesù rivelandogli di essere quel viandante e il clima miracolosamente si riscaldò. Da santo, Martino avrebbe poi compiuto il miracolo della trasformazione di acqua in vino.
La Chiesa lo festeggia liturgicamente l’11 novembre, data di riferimento, nel mondo agricolo, per le contrattazioni di mezzadria e compravendite relative all’anno agrario successivo. Nel passato, infatti, l’attività nei campi era gestita prendendo come riferimento il calendario dei santi e ogni raccolto aveva, per buon augurio, un suo santo protettore. Così per il vino, la cui produzione annuale veniva assaggiata e verificata proprio l’11 novembre dopo mesi di lavoro in vigna e poi in cantina. Chi conosce un poco il mondo vinicolo, sa bene che un’annata non è uguale ad un’altra; l’apertura delle botti era, come è tuttora, un momento delicato di verifica del mosto da condividere con i collaboratori e parenti. Da qui nasce la ritualità conviviale per il giorno di San Martino.
Giuseppe de Pascalis, cultore del mondo agricolo e “massaro”, in quanto proprietario di un’azienda con masseria in agro di Lizzanello, ci ha raccontato le celebrazioni tipiche del passato: “Si aspettava San Martino per l’apertura delle “ozze” (anfore di terracotta) e delle botti contenenti il mosto dell’ultima vendemmia per ricevere la benedizione del santo. Anche il detto popolare lo conferma: A San Martino ogni mosto diventa vino. Nella masseria tutti erano accolti al rito di apertura: collaboratori, parenti, amici e compaesani. Le donne preparavano un piatto unico di pasta fatta in casa con ragù e pezzetti di carne e salsiccia; si suonava, si cantava e si ballava la pizzica. Ma su ogni cosa era lecito ubriacarsi”.
Oggi di quella ritualità, tra i salentini è intatto il desiderio vivo di festeggiare e bere il vino dell’ultima vendemmia e l’11 novembre di ogni anno è atteso per condividere con gli amici il piacere goliardico del convivio cenando con i piatti tipici del territorio. Ovunque si trovino. San Martino, infatti, è un’ occasione di ritrovo per i salentini che per ragioni di lavoro o studio sono lontani da casa. Tante sono le associazioni di salentini sparse per l’Italia (Roma, Milano, Torino) e all’estero che organizzano cene per ritrovarsi e ballare a suon di pizzica, come l’associazione culturale “Gli Amici del Salento” di Verona che, da dieci anni, celebra il San Martino con del vino ordinato appositamente ad un produttore salentino.

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